martedì 26 maggio 2020

Francesco Landucci_La musica degli antichi

Intervista a Francesco Landucci, musicista polistrumentista, compositore e produttore musicale, fonico dello studio di registrazione Poderino Recording Studio e fondatore del progetto Archeologia Sonora Sperimentale. Da anni si interessa alla ricerca in campo musicale della musica antica.

1. Come sei entrato a contatto con questa disciplina e quando?
Nei primi del 2000, grazie ad un amico appassionato di archeologia, iniziai ad interessarmi al mondo sonoro antico, e a cercare di costruirmi i primi strumenti musicali per suonarli. Avevo fatto qualche anno prima un percorso di studio della musica indiana, in particolare del Sitar a cui ero arrivato dopo anni di post-rock, metal stoner ecc, approdando infine all'elettronica e all'etnica che divennero per me un connubio di ispirazione con cui produssi una serie di dischi per varie discografiche, tra cui Rai Trade, fondando il progetto musicale dal nome Tilak. In contemporanea intanto avevo iniziato questa ricerca archeo-musicale che mi aveva fatto rivolgere l'attenzione anche in casa, sul nostro territorio, rientrando così da lontani lidi musicali, per scoprire gli strumenti degli Etruschi, dei Romani, e approfondendo inoltre anche gli strumenti di altre culture antiche, come ad esempio la Greca o l'Egizia...insomma la world music del mondo antico. Per quanto riguarda gli Etruschi, qui in Toscana vi sono moltissimi reperti con rappresentazioni musicali ed anche vari importanti reperti, che ho avuto il piacere di poter visionare, studiare ed in alcuni casi anche provare a suonare.

2. Secondo te la tradizione popolare è in grado di preservare gli stili musicali nel corso del tempo? Ti è mai capitato di trovare similitudini musicali fra canti folkloristici più recenti e la musica antica?
Si, credo che la tradizione popolare può in alcuni casi mantenere qualche connotato musicale nel corso del tempo, sicuramente non identico ma mutato nel tempo, a livello musicale e organologico strumentale. Della musica del mondo antico si è preservato praticamente veramente poco. Alcuni papiri frammentari molto brevi di musica greca, il famoso epitaffio di Sicilo, documento musicale dell'antica Grecia, costituito da 12 righe di testo, di cui 6 accompagnate da notazione alfabetica greca di una melodia musicale frigia in otto misure, scolpite su una stele funeraria di marmo, datato tra il II sec. a.C. e il I d.C. Oppure dalla Mesopotamia è giunta ai nostri giorni una tavoletta cuneiforme di 3400 anni fa con incisa un’antica melodia: l’inno di Nikkal .
Personalmente non conosco canti folk moderni che abbiano collegamenti diretti con l'antichità. Penso che forse si possa trovare qualcosa in popoli e popolazioni in cui la tradizione è sempre sentita a livello popolare. Varie similitudini invece si trovano in strumenti musicali usati in tempi moderni ma già ad uso in antichità. Ad esempio il flauto di pan ampiamente rappresentato fin dai greci , etruschi e romani, lo si trova ancora oggi, a parte nel sud America, anche in Brianza come strumento folkloristico tradizionale, o i crotala rappresentati in mano a danzatrici e danzatori etruschi, oggi sono sempre suonati nella musica popolare di alcune zone nell'aretino, o strumenti a fiato polifonici come gli auloi, hanno una certa similitudine con le bina o le launeddas, anche se sono a tre canne, Sarde - questi sono solo alcuni esempi ma ce ne sarebbero molti altri - ma per quanto riguarda il canto non conosco similitudini certe nella musica folk recente, tradizionale se non forse in quella Sarda, oppure, allontanandosi dall'Italia alcuni canti Africani sicuramente hanno le radici nel mondo antico, ad esempio i canti Etiopi accompagnati dalla Begena, strumento molto simile alla Lira, o canti Ortodossi Copti, dove alcuni strumenti musicali sono sempre quelli della tradizione antica come il Sistro ed alcuni strumenti a fiato.

3. Archeologia Sonora Sperimentale è il tuo progetto di mostre, paesaggi sonori, audio installazioni, performance live/didattica e ricostruzione di strumenti musicali dedicato al mondo antico. Ce ne puoi parlare in dettaglio? Trovi che qui in Italia le persone siano interessate a questo genere di musiche?
Archeologia Sonora Sperimentale nasce ufficialmente circa nel 2011 con la pubblicazione del disco da me composto "Etrurian Imaginary Sounds" edito da Rai Radio Televisione Italiana. Era il lavoro che derivava da studi che avevo iniziato vari anni prima, utilizzando i primi strumenti che avevo iniziato a ricostruirmi. Da li nascono i primi Paesaggi Sonori ambientati nel Mondo Antico e le prime richieste di alcuni musei di avere musiche e strumenti espositivi. Iniziai anche a suonarli dal vivo sia da solo che in duo/trio, cambiando alcune formazioni fino ad arrivare a Rasenna Echoes.
Definirei attualmente Archeologia Sonora Sperimentale come un ampio progetto che offre vari servizi sonori, dalla ricerca scientifica alla didattica, dallo spettacolo concertistico alla costruzione di strumenti musicali che, tra l'altro, è divenuto un marchio chiamato "ArcheoLiuteria".

4. Rasenna Echoes è il progetto che ti vede coinvolto insieme a Sabina Manetti (voce) e la dottoressa Cinzia Murolo (Curatrice del Museo di Piombino, ideazione testi e revisione fonetica etrusca). Come avete ideato questo progetto? Cosa significa il titolo dell'album Vieni Oh Fufluns? Sul retro della copertina possiamo leggere il sottotitolo Volume I: Canti da Simposio. Ci saranno prossimamente nuovi album a nome Rasenna Echoes?
Nasce dall'idea sperimentale di abbinare in ambito Etrusco il canto alla musica. Si tratta infatti di uno spettacolo di canti immaginari pensati in un contesto simposiaco etrusco, con brani su vari temi, dove il dio del vino e dell'irrazionalità ha un ruolo chiave.
Pur non avendo infatti alcun documento scritto che possa permettere attualmente una ricostruzione fedele della musica degli Etruschi, né testi che ci parlino dei contenuti dei loro canti, tuttavia con questa performance si è cercato di ricreare l'atmosfera di un banchetto etrusco basandosi su rinvenimenti archeologici e le numerose immagini arrivate fino a noi. I testi sono cantati in italiano con la suggestione sonora della lingua etrusca con una scelta di parole evocative che hanno un preciso rimando al contenuto del canto. L'introduzione archeologica approfondisce i singoli temi spiegandone l'origine, contribuendo così alla divulgazione di alcuni aspetti del mondo etrusco alla luce dei recenti studi."Vieni, oh Fufluns!” è inoltre una performance in cui vengono utilizzati strumenti musicali ricostruiti seguendo l’iconografia dell’epoca, grazie ad una ricerca ormai decennale nel settore. Caratteristica unica è l'utilizzo dell’elettronica: i suoni vengono prodotti singolarmente, poi registrati e rimandati in contemporanea in loop, come a comporre un insieme di musicisti. Ne risulta una performance immersiva e carica di pathos, dal sapore antico ma con quel tocco di modernità che la rende unica nel suo genere. Lo spettatore viene a trovarsi così immerso in
un'atmosfera di festa, dalla preparazione del banchetto, all'inno a Fufluns, al canto d'amore, a quello politico.
Fufluns o Puphluns, nella religione Etrusca, era un Dio della vita vegetale, la felicità, il vino, la salute, e la crescita in tutte le cose; Fufluns è il corrispettivo etrusco del greco Dioniso, e poi del romano Bacco. Per quanto riguarda il produrre nuovi album, fisici come "Vieni oh Fufluns", per ora non lo abbiamo in programma, ma sono in elaborazione alcuni brani, col tema del lavoro, cioè che prendano ispirazione ad alcuni lavori che venivano svolti, alcuni dei quali probabilmente accompagnati da musica, come si vede in alcune rappresentazioni.

5. Cosa consiglieresti di fare alla varie sovrintendenze archeologiche per sensibilizzare il pubblico riguardo all’archeologia sonora, considerando la superficialità con la quale chi si occupa di rievocazione storica tratta la materia?
Sicuramente di indirizzarsi ad un discorso di Paesaggi Sonori immersivi all'interno dei musei per rendere più suggestivi alcuni spazi, magari anche con possibilità tecnologiche di interazione accessibili al pubblico, come ad esempio le tastiere sonore che propongo, abbinabili anche alla mostra di strumenti musicali che molto spesso fanno parte delle rappresentazioni vascolari, rilievi, statue ecc., perché la musica era molto importante per gli antichi, non solo per un discorso ludico legato al banchetto, ma spesso era parte integrante dei rituali.

6. Componi musica sperimentando fusioni tra strumenti antichi e moderni. Hai qualche preferenza di genere musicale a noi contemporaneo?
Personalmente ascolto vari generi musicali tra elettronica, ambient, etnica ma anche rock possibilmente Stoner alla Kyuss o noise alla Sonic Youth... mi piace spesso tutto ciò che è contaminato.

7. Quali testi consiglieresti da leggere a chi si sta approcciando allo studio dell’archeologia musicale?
Per conoscere alcuni reperti e raffigurazioni musicali presenti in Toscana consiglierei sicuramente la pubblicazione di Susanna Sarti e Giulio Paolucci : "Musica e Archeologia: reperti,immagini e suoni dal Mondo Antico", oppure il libro di Giovanni Comotti "La Musica nella cultura Greca e Romana".

Per approfondire, i siti web di Francesco Landucci: 


Andrea Guerriero & Lorenzo Squilloni

giovedì 14 maggio 2020

The Oxford Circle: distorsioni perdute

The Oxford Circle: distorsioni perdute

C'è stato un tempo in cui la musica rock era incentrata sulla distorsione.
Difficile pensarlo ora nell'era dell' elettro pop e della elettronica che ha visto questi generi mischiarsi, e in certi casi fagocitare, il primo, ma c'è stato un lontano periodo in cui la distorsione era il Santo Graal di ogni chitarrista rock.
Sul finire degli anni '50, con i recenti sistemi di amplificazione valvolare e l'invenzione della chitarra elettrica grazie, tra gli altri, al mitico Charlie Christian, si iniziò a capire che la distorsione poteva essere un suono da ricercare, e non solamente un'interferenza da eliminare.
Questo comportava, negli amplificatori mono canali dell'epoca, la necessità di alzare il più possibile il volume di questi sistemi, al fine appunto di far scaldare le valvole finali, ovvero i componenti che avrebbero appunto creato la distorsione del suono.
E di questo parliamo oggi, di distorsione, incontrollata, furiosa e selvaggia, così come dovrebbe essere il rock.

Prendiamo come spunto di questa discussione un gruppo come ce ne sono stati tanti negli anni '60, gli Oxford Circle.
Il nome sembrerebbe derivare da un dormitorio femminile, ma non è ricordato nella storia del rock, se non da qualche appassionato di musica psichedelica a fini enciclopedici.
Non stiamo, infatti, parlando di una pietra miliare del rock, ma appunto di un gruppo solido e credibile, una sorta di clone degli Yardbirds che ha inciso un solo disco live al leggendario Avalon Ballroom nel 1966 prima di cadere nel dimenticatoio.
In quel decennio, così pieno di formazioni, è capitato a diverse band di incidere un solo album per poi sparire per sempre, ma questo non deve ingannarci.
Spesso, infatti, anche questi piccoli album possono riservare elementi molto interessanti, come in questo caso.
Gran parte del repertorio di questi 4 ragazzi (Gary Lee Yoder, Dehner Patten, Jim Keylor, Paul Whaley) viene dal classico serbatoio blues saccheggiato dai bianchi per tutti gli ani '60 e oltre (Led Zeppelin anyone?) con alcune cover appunto degli Yardbirds e alcuni brani orginali registrati in studio peraltro trascurabili.


La componente psichedelica è in realtà marginale nella loro musica ed emerge semmai maggiormente nelle poche tracce in studio con diversi effetti dell'epoca, come ad esempio i nastri registrati all'inverso.
Non si può negare, infatti, che, come per molti gruppi del decennio, la componente live presenti gli elementi più interessanti.
Gli elementi classici sono tutti presenti, una sezione ritmica affiatata, alcune armonie vocali, l'utilizzo dell'armonica e assoli di chitarra lunghi e ben costruiti.

Ciò su cui ci vogliamo però soffermare è, come dicevo, l'utilizzo della distorsione.
Siamo nel 1966 e il mondo non ha ancora visto l'avvento delle distorsioni distruttive degli Stooges.
Certo in quell'anno abbiamo l'avvento di Hendrix con Are you experienced e il suo leggendario uso del feedback di chitarra, ma non possiamo negare che quello che ascoltiamo in quest'album live è un lavoro pioneristico o quantomeno particolarmente fruttuoso della distorsione, lanciata in maniera incontrollata e furente in faccia al pubblico.
Ed è quanto salta subito all'orecchio di questo gruppo, una energia fortemente incendiaria, potremmo dire quasi proto punk, nel lanciare un assalto sonoro al pubblico, sebbene entro i canoni della canzone anni '60.
Esempio lampante l'iniziale "Mystic  Eyes", con i suoi feedback lancinanti di chitarra cavalcanti un ritmo indiavolato sostenuto dall'iniziale ragliare della armonica a bocca.
Possiamo sentire dei notevoli primi esperimenti di switch dei pickup della chitarra, tecnica poi resa celebre diversi anni dopo da chitarristi quali Tom Morello dei Rage Against dei Machine.
Nelle tracce successive, ad esempio in "You're A Better Man than I" la chitarra regala inoltre diversi altri momenti di distorsione selvaggia accompagnata da una sezione ritmica esplosiva.
Sembra quasi che questi ragazzi avessero inziato a intravedere ciò che poi sarebbe diventato il suono chitarristico negli anni '60, con l'avvento del proto heavy metal di gruppi come i Blue Cheer e successivamente consacrato dai Black Sabbath.
Certo quanto sopra detto non è sufficiente ad includere questo gruppo nelle grandi pagine di storia della musica, né si vuole affermare che gli Oxford Circle siano stati i primi ad usare distorsioni pesanti nella loro musica.
Non stiamo affermando che questo gruppo avesse coscientemente contribuito all'utilizzo della distorsione come elemento centrale della musica che sarebbe venuta da lì in poi, ma riteniamo che sia molto interessante ascoltare queste esibizioni calate nel loro tempo.
Questo per dimostrare come nella musica gran parte delle idee che poi avrebbero rivoluzionato i vari generi non sia spuntato magicamente dal nulla, ma sia in realtà fuoriuscito da una sorta di brodo primordiale di varie sonorità poi rese famose ed iconiche da artisti che hanno fatto la storia. 
Quello che l'ascolto di un gruppo del genere ci insegna è che in certi casi le vere rivoluzioni musicali non partono da grandi palchi o da studi di registrazione milionari, ma da un insieme di piccoli gruppi che, in modi diversi, porta avanti un discorso comune attraverso diversi approcci.
Così è stato in tutti i grandi movimenti, basti pensare alla pischedelia degli anni '60, al punk negli anni '70 o alla new wave negli '80.


E chi scrive pensa che questo tipo di approccio possa essere utile ad analizzare anche il genere nella sua dimensione odierna.
Come scritto poco sopra ad oggi il rock ha vissuto numerose commistioni, in particolare con la scena elettronica che spesso ha visto la predominanza nei brani di synth e drum machine. 
Si può discutere all'infinito se il rock sia un genere morto e sepolto, o abbia ancora qualcosa da dire che  vada oltre i meri scopi commerciali, ma non si può negare come ad oggi, la distorsione sia stata quasi bandita dal mainstream del genere, e relegata nell'underground o quantomeno fortemente contaminata da elettronica e synth.
Siamo, quindi, negli ultimi anni di fronte ad una profonda trasformazione del genere, quantomeno a livello mainstream.
E penso che proprio in momenti come questi guardare al passato possa aiutarci non solo a capire, ma anche a costruire come musicisti un futuro in maniera maggiormente consapevole.
Soprattutto nelle scene indipendenti compresa quella italiana, questa riflessione sembra in parte già in atto, forse anche solo a livello inconscio.
Il nostro circuito indipendente è, infatti, così attivo e pieno di spunti interessanti proprio perché un sacco di ragazzi hanno deciso di imbracciare le chitarre e alzare i volumi, proprio come gli Oxford Circle.
Credo non sia un caso che molta della musica dei circuiti underground si rifaccia a quella anni '60 soprattutto nelle sonorità, presentando distorsioni pesanti e feedback violenti.
Non dobbiamo, infatti, dimenticare come il rock è sempre stato un genere in rivolta. In rivolta contro la musica che è venuta prima di lui, in rivolta contro il sistema sociale da cui è nato, in rivolta spesso anche contro sé stesso, basti pensare al contrasto tra il punk e i vecchi gruppi rock anni '70.
Ebbene se poniamo questa come base del genere non possiamo negare che il volume e la distorsione siano stati sempre elementi centrali nel creare l'impatto devastante che questo stile ha avuto sul mondo della musica.
Sarà, quindi, molto interessante vedere in futuro come suoni digitali e analogici,  distorsione e elettronica convivranno e quali evoluzioni questa commistione porterà.
Per adesso possiamo ascoltare la musica di oggi con uno sguardo al passato e agli eco di feedback che questo si porta con sé.

Lorenzo Vicari

mercoledì 11 marzo 2020

Blind Willie Johnson: il blues dell'essere umano

Blind Willie Johnson: il blues dell'essere umano


Il blues è da sempre tradizionalmente collegato alla più profonda tristezza, tanto da diventare in America un termine che esprime appunto la più profonda depressione.
Questo il concetto che viene costantemente richiamato alla mente appena si parla di questo genere, così profondamente radicato in una specifica area geografica e periodo storico.
A parere di chi scrive quanto sopra esposto rappresenta solamente una minima parte di quanto il blues abbia da dire attraverso i suoi interpreti.

Questo anche perché, come per tutti i grandi generi musicali, abbiamo un’incredibile quantità di declinazioni dello stesso stile.
Risulta difficile individuare anche un nucleo centrale comune a tutti gli interpreti.
Potremmo riferirci all’utilizzo della chitarra come strumento principale, ma staremmo comunque operando una limitazione, basti pensare al gran numero di blues a cappella, o accompagnati dal piano o dalle cosiddette “jug band” che utilizzavano strumenti di fortuna.
Anche a livello concettuale risulta impossibile ricondurre ad unum questo stile.
Sono presenti blues su qualsiasi argomento: la sofferenza umana, la perdita dell’amore, la violenza, l’omicidio, ma anche sull’amore, sulla  religione, sulla politica e potremmo continuare per parecchio tempo.

La verità è che, riprendendo quanto sopra accennato, in tutti gli stili musicali, sebbene utile a fini didattici, categorizzare risulta fortemente limitante.
D’altronde, come nella vita di tutti i giorni, risulta rassicurante e semplice per noi associare particolari concetti a determinati argomenti, ma dobbiamo renderci conto che la realtà che ci circonda è molto più complessa e sfumata di quanto vorremmo credere.
E questo risulta ancor più vero nella musica, un linguaggio così universale da fare spesso a meno delle parole per esprimersi.
Nel caso particolare del blues questa globalità di argomenti è facilmente spiegabile: i bluesman parlavano di qualsiasi tema in quanto ciò che cantavano esprimeva la vita nella sua totalità.
E questo era vero in quanto spesso la musica per queste persone era tutto quello che avevano, sia a livello artistico che economico.

Il blues è, infatti, nella sua forma più pura, musica degli ultimi, degli scarti di una società, come quella americana della fine dell’800, basata sulla violenza e priva di qualsiasi tutela per gli emarginati, a maggior ragione se di origine afroamericana.
Riguardo a questo dobbiamo stare attenti anche a non cadere nella facile romanticizzazione di questi artisti considerandoli persone da commiserare o vittime della società.
Sebbene in certi casi questo possa essere vero, non dobbiamo dimenticare che un discreto numero di queste persone era composto da ergastolani, con crimini violenti all’attivo, ladri o semplici truffatori, la cui vita era stata casualmente incrociata dalla musica.
Sottolineo questo aspetto in quanto centrale anche nell’opera dell’artista di cui voglio specificamente parlare in questo articolo: il leggendario Blind Willie Johnson.

Come per molti bluesman abbiamo pochissimi elementi riguardo la vita di questo artista leggendario, in gran parte recuperati da testimonianze ottenute negli anni 50 dallo storico del blues Samuel Charters.
Sappiamo con certezza che, come dice il nome, avesse perso la vista da bambino, probabilmente per dell’acido lanciato dalla compagna del padre durante una accesa lite.
Più discussa è la sua qualifica di pastore della chiesa battista, ma sicuramente Johnson aveva un profondo legame con la religione, come emerge dalle sue opere.
Sappiamo, infine, della povertà sofferta durante la grande depressione, della morte tragica e disperata per febbre malarica.

Nella testimonianze ottenute sembrerebbe che, in seguito all’incendio della casa dove abitava, l’artista sarebbe rimasto a vivere nelle macerie dell’edificio, dormendo coperto solamente da fogli di giornale. Avrebbe, quindi, sviluppato una grave malattia e l’acceso alle strutture gli sarebbe stato impedito in quanto di colore e cieco.
Queste breve premesse servono per capire il micromondo da cui proviene l’opera di Johnson, il quale, sebbene abbia suonato per tutta la vita, ci ha lasciato solamente una manciata di brani, registrati in due diverse sessioni di registrazione.
E quanto emerge dal suo songbook ribadisce in parte quanto in precedenza detto: il blues è musica della vita, che partendo da temi quotidiani e giornalieri arriva ad esprimere messaggi universali, validi per qualsiasi società  e per qualsiasi essere umano.

Le canzoni di Blind Willie Johnson parlano, infatti, di religione, drammi personali, amore, guerra e così via.
E sebbene vi sia una preponderanza di temi religiosi cari al gospel, anche la religione è vissuta da quest’artista in maniera terrena e tormentata.
Certo in un brano possiamo ascoltare che Dio ci può completare, darci la pace che cerchiamo (I know is blood can make me whole) , ma al tempo stesso ascoltiamo che in certi casi nemmeno l’amore di Dio riesce a curare le sofferenze terrene (Lord, i just can’t keep from crying sometimes).
Quella di Johnson è sì una religione che salva, ma lui stesso, probabilmente proprio per le esperienze vissute in prima persona, si rende conto che questa può in certi casi non essere sufficiente a curare le ferite che la vita può arrecarci.

E da questi traumi il bluesman ci parla direttamente nelle sue canzoni, basti pensare a pezzi come "Motherless Children" o "Trouble will soon be over", per arrivare all’indiscusso capolavoro di Johnson, "Dark Was The Night, Cold Was the Ground", non a caso presente nel disco lanciato nello spazio insieme alla sonda Voyager per mostrare ad eventuali forme di vita aliene i sentimenti umani.
Questo brano ha, infatti, una potenza incredibile, una forza espressiva mostruosa nel comunicare la sofferenza umana, la disperazione, ma anche la speranza, la necessità di amore e comunanza comune a tutto il genere umano.

La voce di Johnson è infatti potente, come quella di un predicatore, e sembra voler esporre chiaramente l'interno della sua anima a chi ascolta, ma al tempo stesso può diventare anche più delicata, richiamando il gospel, genere spesso incrociato col blues.
Ed in particolare in "Dark was the night" quello che sentiamo è un lancinante lamento, l'espressione di un'anima tormentata e abbandonata appunto sulla nuda terra.
Ad accompagnarla rimane solo la slide guitar, tecnica cara a molti bluesman, ma che troverà l'apice nella tecnica di Johnson, a tutt'oggi ancora non pareggiata da nessuno.
Lo strumento nella musica di questo artista diventa, infatti, non solo un mezzo di accompagnamento, ma una vera e propria seconda voce, che spesso e volentieri raddoppia il cantato, oppure crea melodie sue proprie andando a creare un ulteriore livello espressivo.
Chiaro esempio ne è appunto "Dark was the night". La chitarra sembra quasi piangere insieme al musicista. Qui non siamo davanti al gently weeps beatlesiano, il rapporto tra chitarrista e strumento è ben più viscerale, più fisico, ma al tempo stesso più trascendente.
Le corde vengono tirate, strusciate in maniera decisa, con una tecnica che, per mancanza di amplificazione, doveva necessariamente produrre più volume possibile al fine di farsi sentire il più lontano possibile.



Non dobbiamo, inoltre, dimenticare che spesso le registrazioni di questi artisti venivano fatti con strumenti di fortuna o in condizioni non ottimali.
Eppure la chitarra di Blind Willie Johnson mantiene ad oggi una potenza ed un fascino incredibili, in quanto perfetta e totale estensione di chi la suonava.
Nel pezzo "The soul of a man" l'artista si chiede più volte che cosa sia e di quale materia sia costituita l'anima di un uomo. Ebbene potremmo spingerci a dire che appunto, nel caso di Johnson, proprio la chitarra appare costituire almeno parte dell'anima di quest'uomo così tormentato e al tempo stesso fermo nelle sue convinzioni.
Come sopra accennato, infatti, sebbene non vi sia dubbio che la fede di quest'uomo sia ferma ed assoluta, al tempo stesso nelle sue canzoni non ha mai nascosto la debolezza del genere umano e la sua inadeguatezza di fronte al messaggio divino.
Pezzi come "Nobody's fault but mine", o "Let your light shine on me", esprimono chiaramente l'imperfezione, la  debolezza di fronte all'esistenza e la necessità di anelare a qualcosa che sia aldilà di questa esistenza.
E per Johnson, afroamericano battista degli anni '20, quel qualcosa era il Dio cristiano, nel suo amore totalizzante e salvifico.
E come avrebbe potuto essere diversamente, in un mondo come l'America degli anni '20, così spietato e incomprensibile, soprattutto per un afroamericano cieco.
Questa apparente debolezza non deve, però, essere interpretata come mancanza di consapevolezza. La voce di Blind Willie è potente, ferma e piena di decisione.
God don't never change declama in uno dei suoi pezzi più famosi, titolo tra l'altro di un recente album di cover.

Non dobbiamo, inoltre, dimenticare la canzone di protesta "If i had my way i'd tear the building down" con cui, secondo la leggenda, il cantante avrebbe ispirato uno sciopero a oltranza.
Con questi esempi chi scrive vuole far capire che il bluesman di cui stiamo parlando non era un semplice derelitto, ma un artista che era pienamente consapevole della sua potenza espressiva e dell'importanza della sua arte.
Da tutte le canzoni di Johnson traspare sempre una profonda e intima convinzione in quello che viene cantato e suonato, quasi come se lui stesso avesse compreso che quello che cantava sarebbe valso per qualsiasi delle generazioni future.

E così è. Di qualunque provenienza o generazione sia chi si accosta alla musica di questo artista immenso, e purtoppo poco conosciuto al grande pubblico, sopratutto in Italia, non può non essere percepita la profonda comprensione del dramma umano e della sua fragilità, del miracolo esistenziale costituito da una forma di vita così semplice ed al tempo stesso così complessa come è quella umana.

Ed è, a parere di chi scrive, particolarmente rincuorante pensare che, quando questo breve intermezzo nella storia dell'universo sarà scomparso, rimarrà come testimonianza della nostra esistenza questa musica così potente ed al tempo stesso così intima, così delicata e forte, così adatta ad illustrare il miracolo che è stato l'essere umano.

Lorenzo Vicari

martedì 18 giugno 2019

Valerio Orlandini_musica poetica

Intervista a Valerio Orlandini, grande artista dell'underground fiorentino con i suoi innumerevoli progetti, ideatore di Firenze Soundscapes e poeta.

1. Quando hai iniziato a comporre musica?
Ho iniziato intorno al 2003-2004, mi ricordo che le prime cose che misi in giro furono alcuni esperimenti noise ispirati da un disco in cui mi ero imbattuto al tempo, “Casus Luciferi” degli Abruptum, e che mi aveva dato delle idee semplici ma interessanti su cui riflettere e lavorare. Pongo però l’inizio effettivo della mia attività musicale poco dopo, intorno al 2005, quando iniziai a comporre il primo demo del mio progetto ambient Symbiosis (http://symbiosis.altervista.org), che sarebbe uscito l’anno successivo.

2. Dei tuoi tanti progetti qual è stato il primo? E' ancora attivo?
Come dicevo in precedenza, il mio primo progetto in assoluto è stato quello con cui proposi i primi esperimenti di rumorismo, si chiamava Stridor Absonus e intorno al 2007 una ormai defunta casa discografica DIY canadese pubblicò il secondo e il terzo lavoro su doppio CDR. In realtà ho pronto un quarto album (se così lo possiamo chiamare, sono 99 tracce di circa 4 secondi l’una, quindi dura pochissimo!) da un sacco d’anni, quindi in teoria è un progetto ancora attivo! Anzi, direi più che è un progetto che aspetta ancora il suo degno funerale, possibilmente su un bel supporto fisico…
A parte questo, riprendendo quello che dicevo nella risposta precedente, Symbiosis è stato il mio primo progetto “ufficiale”, e anche se attualmente non sto componendo nuove tracce, di sicuro il successore del terzo album Mikrokosmos (2016, https://symbiosisrealm.bandcamp.com/album/mikrokosmos) prima o poi vedrà la luce! È un progetto a cui sono molto legato e che negli anni si è evoluto in una direzione più astratta e sperimentale, seppur rimanendo sempre nell’alveo di quell’ambient dalle tinte invernali che è sempre stata la vocazione di Symbiosis.

3. Quali sono le tue principali influenze nel comporre musica? Hai anche influenze extra musicali?
Le mie influenze sono molte, e spesso nemmeno io mi ricordo quali sono. Mi piace ascoltare, vedere, leggere anche cose molto distanti da quello che faccio, e non per potermi vantare che “ascolto/leggo/ecc. di tutto” (cosa tra l’altro nemmeno vera), ma perché spesso la stessa idea può essere sviluppata in modi completamente diversi. Una lunga suite drone, un movimento di una sinfonia, un brano black metal e uno di vecchio blues possono comunicare le stesse sensazioni, come invece composizioni dello stesso genere possono veicolare idee, emozioni e messaggi completamente diversi.
Detto questo, musicalmente il mio imprinting più forte l’ho avuto dal black metal, di cui continuo ad essere un assiduo ascoltatore. Ho trovato nel black metal una tale varietà di suoni, di sperimentazioni e di atmosfere, che se di natura non fossi curioso e sempre interessato a stimoli nuovi potrei tranquillamente avere tutto quello che cerco in questo unico genere. Ma dato che non è così, mi piace rubare idee e tecniche da tanta musica elettronica, dalle prime sperimentazioni elettroacustiche fino alle ultime novità d’avanguardia. A questo aggiungerei senz'altro la musica barocca e medioevale e tutto ciò di inusuale si possa fare con chitarra basso e batteria. Di influenze extra musicali ne ho parecchie, soprattutto la poesia (specie italiana e tedesca) e talvolta cinema, pur non essendo un esperto in questo ambito.

4. Il Cinghiale è il tuo progetto a tema dungeon synth, genere musicale di cui ci siamo occupati in uno degli scorsi articoli. Cosa ne pensi della dungeon synth? E' ancora ricollegabile come la old school dungeon synth degli anni 90 al black metal e alla dark ambient?
È molto curioso aver visto in questi ultimi anni un rinnovato interesse in questo genere (che, ricordiamolo, prima della nascita del seminale blog “Dungeon Synth”, di solito si chiamava “ambient” e basta, anche se in effetti con la musica ambient non ha mai avuto un granché a che fare). Mi ricordo che quando mi appassionai alla musica di Mortiis (parlo della metà degli anni 2000) trovare persino i suoi dischi (per non dire quelli di progetti ben meno noti) era un’impresa ardua, che richiedeva estese ricerche sul web e non di rado aste su eBay combattute fino all'ultimo secondo. Con questo nuovo interesse nel genere finalmente molti progetti anni ‘90 hanno avuto la visibilità e la valorizzazione che si sono sempre meritati, e questo non può che essere positivo.
Tuttavia, purtroppo questo ha portato a una sorta di attualizzazione, e anche a una americanizzazione (la maggior parte dei nuovi fan del dungeon synth è degli USA), del genere che gli ha fatto perdere molto del fascino e del mistero che aveva un tempo. Non è un discorso banalmente nostalgico, è più che altro una constatazione che il dungeon synth “old school” era un genere legato a doppio filo al black metal e a tutte le sue peculiarità e contraddizioni. Non esisteva l'hype sui social network, non esisteva il politicamente corretto applicato persino a questi ambiti di ultra-nicchia (e notoriamente controversi su più fronti e piani), non c’era insomma tutta quella sovrastruttura che in fondo fa somigliare il dungeon synth a qualsiasi altra tendenza, che deve essere veloce, immediata e ovviamente non deve risultare “offensiva” per nessuno, sia mai… Un disco magari restava sepolto in poche distro per anni, e aveva tempo di crescere e diffondersi con un oculato passaparola, adesso se non scrivi ogni giorno che stai per finire un nuovo pezzo dopo una settimana nessuno si ricorda di te. Senza considerare che se un tempo qualcuno si fosse informato (come ho letto più di una volta) su eventuali progetti dungeon synth ispirati a Harry Potter avrebbe dovuto temere seriamente per la propria vita!

5. Puoi parlarci in dettaglio di Firenze Soundscapes? Di cosa si tratta?
Firenze Soundscapes (http://www.firenzesoundscapes.com) è un progetto a cui tengo molto: ho iniziato nell’estate del 2017 a registrare alcuni paesaggi sonori in centro a Firenze, per poi estendermi lungo tutto il territorio comunale. Lo scopo del progetto (che è in continua espansione) non è quello di trovare i “bei suoni” della città, ma piuttosto di fornire un equivalente di quello che è Google Street View, ma in ambito acustico. Non suoni eccezionali presi in occasioni particolari, ma i suoni che si possono ascoltare nella mia città tutti i giorni. La selezione su dove e cosa registrare riguarda solo questo: ad esempio, se un luogo è caratterizzato 6 giorni su 7 da un vivace mercato, eviterò di andare a registrare l’unico giorno che questo non c’è, viceversa se il mercato, invece, è solo una parentesi durante la settimana. Ovviamente le regole sono fatte per essere infrante, e non rinuncerei mai a catturare suoni insoliti per seguire con il paraocchi un metodo. Il senso, però, vuole essere questo: archiviare quello che sentiamo girando per Firenze e spesso ignoriamo completamente, magari proprio perché, a un primo distratto ascolto, non c’è nulla di inusuale.
Un primo bel risultato del progetto è consistito nella possibilità di scrivere una guida ai suoni di Firenze sul prestigioso sito Cities and Memory: https://citiesandmemory.com/florence-city-guide-best-sounds-florence/. Questo articolo è una vera e propria guida turistica (seppure estremamente succinta) di Firenze, in cui invece di consigliare cosa c’è da vedere, suggerisco cosa c’è da ascoltare.

6. Oltre ad essere musicista scrivi anche poesie. Ce ne puoi parlare? Quando hai iniziato questa attività?
Ho iniziato a scrivere poesie quando ero bambino, pensa che vinsi pure qualche premio nei primi anni ‘90! Poi per molto tempo lasciai completamente perdere la poesia (pur rimanendone un appassionato lettore), riprendendola solo negli ultimi 10-15 anni. Non di rado ho fatto incontrare la poesia con la musica, sia attraverso letture sonorizzate dei miei versi, sia con lavori solo idealmente ispirati a cose che ho scritto. Negli ultimi anni ho anche preso parte ad alcune antologie e ho pubblicato da me una breve raccolta, “Separazione dei Gemelli” (la cui versione digitale è scaricabile liberamente dal mio sito http://www.valeriorlandini.com). Nell'ultimissimo periodo ho lasciato un po’ da parte la scrittura e non so quando (e se) riprenderò a fare qualcosa, però le esperienze che ho potuto vivere grazie alla poesia e anche le molte persone che ho conosciuto sono senz'altro un tesoro che non smette di dare i suoi frutti.

7. Programmi per il futuro?
È sicuramente la domanda più difficile tra tutte! Sto lavorando a diversi progetti, musicali e non, e mi sto interessando a nuovi modi di sperimentare. Resto sul vago perché non so ancora se queste nuove ricerche mi porteranno a qualcosa di concreto, ma di sicuro mi daranno nuovi stimoli. Spero di concludere l’anno con nuovo materiale e magari di uscire non troppo tardi con un seguito del mio ultimo disco “7 Pieces” (https://valeriorlandini.bandcamp.com/album/7-pieces). Sto andando anche avanti con il progetto Firenze Soundscapes, che pian piano si avvicina al primo centinaio di registrazioni!
Di certo, quello che mi piacerebbe fare sarebbe collaborare con altri musicisti (e in genere artisti), per cui chiunque fosse incuriosito da quello che faccio, non esiti a mettersi in contatto!
Per restare aggiornati, sul mio sito http://www.valeriorlandini.com trovate tutte le informazioni, inclusi i link a social network vari.
Grazie mille!

lunedì 27 maggio 2019

Cineforum #3 - Mississippi Adventures (Crossroads)

di Nero Vanta Fancelli

Titolo: Mississippi Adventures (Crossroads)
Paese Di Produzione: USA
Anno: 1986
Soggetto: John Fusco
Sceneggiatura: Walter Hill
Regia: M. Walter Hill



TRAMA

Mississippi, presso un iconico incrocio sperduto nelle campagne; qui Robert L. Johnson (Tim Russ), futura leggenda del blues nei primi del Novecento, firma un contratto col Diavolo (Roberto Judd), acquisendo di conseguenza quel talento “maledetto” che, a seguito della sua prematura dipartita, influenzerà folte schiere di musicisti.

Giorni nostri: Eugene Martone (Ralph Macchio), ragazzo prodigio soprannominato “Talented Boy”, studia chitarra classica alla Juillard School, conservatorio realmente situato a New York; il suo sogno, benché osteggiato dagli insegnanti, è entrare nella storia recuperando e incidendo un pezzo perduto del proprio beniamino Robert L. Johnson; fortuna vuole che in gioventù quest’ultimo fosse amico di tale Willie Brown (Joe Seneca), suo compagno di avventure e disavventure ora relegato in un ospizio/carcere per omicidio, ciononostante l’unico in grado di aiutarlo nell’impresa.
Superate le profonde diffidenze dell’anziano, quest’ultimo decide di assecondare Eugene promettendogli l’agognato brano in cambio della libertà; una volta evasi, i due s’incammineranno alla volta del delta del Mississippi, laddove tutto ebbe inizio; malgrado le rosee aspettative di entrambi, lungo il tragitto molte verità mai davvero obliate torneranno lentamente a galla.

IMPRESSIONI

Questo film riprende uno dei tanti miti concernenti Robert L. Johnson, tra i quali spicca la vendita dell’anima al demonio in cambio di successo e gloria eterni, nondimeno inaugurando col sangue il famigerato Club 27.


Fresco del successo di Karate Kid (e pronto ad imbarcarsi nei fallimentari seguiti della suddetta saga), il giovane Ralph Macchio, alla stregua di Sean Penn in “Accordi & Disaccordi” (analizzato nel cineforum #1), dimostra di possedere ragguardevole dimestichezza nello strumento, sennonché la forza prorompente della storia va a mio avviso scemando pian piano fino a raggiungere sfumature poco credibili a causa di scene che a nient’altro servono se non ad allungare il brodo, di fatto rendendo al limite del forzato la sfida finale all’ultima nota e la sotto-trama amorosa del protagonista; e personalmente, dal regista e sceneggiatore de “I Guerrieri Della Notte (Warriors)” mi aspettavo molto di più.

Nero Vanta Fancelli

mercoledì 15 maggio 2019

Davide Valecchi_tra musica e libri

Nuova intervista questa volta a Davide Valecchi, la mente che si cela dietro al progetto AAl (Almost Automatic Landscape, chitarrista dei Video Diva, poeta e scrittore.

1. Ci sono stati altri progetti prima di AAL (Almost Automatic Landscapes)?
Ho iniziato a suonare musica elettronica nei primi anni ’90 e prima del mio progetto principale (AAL), ho fatto alcune cose in campo più propriamente industrial, con un progetto chiamato Diagonal Chains, le cui prime cose erano influenzate da Ministry, Nine inch nails, Pankow, Front 242, per poi evolversi verso territori meno “duri”, attestandosi dalle parti di Boards of Canada, Aphex Twin e Autechre. Avevo una pagina su Vitaminic con tre dischi del progetto e nel primo, quello più industrial, cantavo pure. AAL è stata la naturale evoluzione di Diagonal Chains, infatti quello che considero il primo brano di AAL (Crystal Waves, poi uscito nel disco “Disc1”) fu realizzato nel 2001 per una compilation online dedicata all’equinozio primaverile e contenente artisti che frequentavano la mailing list ufficiale dei Coil, ai tempi dei newsgroup. Nel 2001, poi, ho realizzato un album di jungle/drum’n’bass influenzato da Photek e Goldie, sotto il nome Solenoid, poi cambiato per motivi di copyright (esisteva già un progetto omonimo negli USA), in Solenoide.

2. Da poco è uscito il tuo nuovo album "trasparency" disponibile su Bandcamp anche in formato cd. Ce ne puoi parlare? Come è stato concepito questo album?
Dopo uno stop di dieci anni, dedicati ad altri progetti come la scrittura, le sonorizzazioni di eventi legati alla poesia e all’arte, e le attività con altre band (Downward Design Research, H2R, Video Diva), nel 2017 ho deciso di riesumare il progetto AAL e di dedicarmici con nuova passione. Ho quindi raccolto le cose migliori del materiale registrato nel decennio 2007—2017 e le ho incluse nel disco “a season”, uscito nel dicembre 2017. Quel disco, nelle mie intenzioni, doveva essere una sorta di “chiusura del cerchio” del passato di AAL, un “tirare le somme” per ripartire di nuovo, cambiando. “a season” infatti contiene le diverse anime che fino a quel momento avevano fatto parte di AAL e cioè ambient, sperimentazione, drone, field recordings, musica acusmatica, improvvisazione e manipolazione di fonti sonore disparate. Il nuovo disco “transparency” inaugura un nuovo corso per AAL, una nuova stagione musicale “trasparente” dove la melodia e l’armonia sono alla base di strutture sonore di ampio respiro, stratificate, cinematiche ed evocative, che vorrebbero andare incontro alla luce, piuttosto che all’oscurità. “transparency” è un disco ambient in tutto e per tutto. Il disco è nato nelle ore notturne di marzo 2019. Inizialmente le musiche che compongono “transparency” erano state pensate per una performance dal vivo, ma, riascoltando le registrazioni, mi sono reso conto che quello era davvero il “nuovo suono” che stavo cercando da mesi, per cui ho sentito che era giunto il momento di realizzare un nuovo disco. Il concetto di trasparenza si esplicita anche nelle grafiche del cd, dove predominano il bianco e i colori tenui. La copertina raffigura due diversi istanti della fase finale della vita di un fiore (un tulipano), fotografato contro il bianco del cielo. Pur morendo il fiore non cessa di emanare bellezza, anzi: nelle fotografie (scattate da Beatrice Ciabini), il fiore sta già diventando incorporeo, trasparente appunto, trasfigurato, già avviato a essere una sola cosa con la luce.  

3. Qual è stato il tuo primo contatto con la musica?
La musica fa parte della mia vita praticamente da sempre. Penso che il primo brano musicale che mi ha fatto presagire l’esistenza di un altrove musicale sia stato “Legion of Aliens” dei Rockets, b—side del 45 giri “Electric Delight”, uscito nel 1979, quando avevo 5 anni. Lo ascoltavo in continuazione. Come musicista ho invece iniziato a suonare il pianoforte classico all’età di 11 anni, per poi passare alla chitarra (prima classica, poi elettrica) qualche anno dopo. Nei primi anni ’90 ho cominciato infine a interessarmi di sintetizzatori, sampler, sequencer e computer music.

4. Sappiamo che sei anche scrittore. Quando hai iniziato questa attività? Quanti pubblicazioni hai all'attivo?
Scrivere è sempre stato uno dei miei sogni, fin dall’adolescenza. Inizialmente volevo diventare scrittore di romanzi di fantascienza, ma, nel 1993, durante il periodo in cui avrei dovuto studiare per l’esame di stato, mi sono messo invece a scrivere poesia, influenzato dal grande Novecento poetico italiano: Montale, Luzi e Fortini su tutti. Dopo anni di scrittura poetica portata avanti quasi in segreto, con sporadiche pubblicazioni private regalate a pochissimi amici, ho cominciato a pubblicare online qualche mio testo nei primi anni duemila. Nel frattempo ho avuto modo anche di provare a scrivere fantascienza e di partecipare al Premio Urania 2010, arrivando nella rosa dei dieci finalisti, con il romanzo L’Archivista, scritto in collaborazione con Paolo Frusca. In disaccordo su alcune soluzioni narrative, ho poi ceduto amichevolmente le mie parti a Paolo Frusca, ma il romanzo è rimasto inedito. Nel 2011 è uscita la mia prima pubblicazione ufficiale, la raccolta poetica Magari in un’ora del pomeriggio (Fara Editore, Rimini). Del 2017 è invece la raccolta poetica Nei resti del fuoco (Arcipelago Itaca, Osimo). Diversi miei testi, compresi alcuni racconti, sono poi usciti in varie antologie cartacee per editori diversi. Dal 2017 infine ho iniziato una collaborazione come traduttore dalla lingua inglese per l’editore romano Newton Compton e a oggi ho all’attivo la traduzione di tre romanzi e di un saggio. Il più recente è Cospirazione Cremlino di Joel C. Rosenberg (aprile 2019), un fantathriller politico.

5. Dal 2003 sei chitarrista dei Video Diva. Cosa ci racconti di questa esperienza?
I Video Diva sono un gruppo storico della mia area e prima di diventare il loro chitarrista sono stato un loro fan. La band esiste dal 1999 e ricordo ancora bene il loro primo concerto allo storico locale Samantha di Dicomano, a cui ero presente. I Video Diva nascono con forti influenze new wave, gothic rock e post-punk a cui si unisce l’elettronica e una cura speciale per i testi, in italiano, che uniscono ricerca letteraria e denuncia sociale. Al di là della musica elettronica, come chitarrista e come semplice ascoltatore di musica, ho sempre amato quella stagione musicale che comprende Bauhaus, Cure, Joy Division, Sisters of Mercy ma anche Neon, primi Diaframma e primi Litfiba, tutte band le cui influenze sono alla base della nascita dei Video Diva, per cui, quando ho finalmente avuto la possibilità di suonare con loro, mi sono sentito subito a casa, sia umanamente che musicalmente. Dopo alcuni cambi di formazione e anni di autoproduzioni, i Video Diva approdano finalmente, nel 2016, alla casa discografica italo—svizzera Swiss Dark Nights, punto di riferimento per il gothic rock europeo. L’ultimo studio album è s(à)crata, del 2017. Al momento il gruppo sta scrivendo il materiale per un nuovo album.

6. Quali sono le tue influenze musicali principali? E quelle non musicali?
Amo tutta la musica, per cui anche le influenze sono molteplici e di generi molto diversi tra loro. Faccio qualche nome di artisti che amo, senza un ordine preciso. Coil, Klaus Schulze, Aphex Twin, Boards Of Canada, The Church, Nine Inch Nails, Ministry, Bon Iver, Black Sabbath, Motorhead, CCCP, Slayer, Iron Maiden, Napalm Death, Godflesh, Scorn, Brian Eno, Duran Duran, Ride, The Jesus and Mary Chain, Rockets, The Dream Syndicate, The Smiths, David Bowie, David Sylvian, Japan, Miles Davis, Thelonious Monk, Sonny Rollins, John Coltrane, Don Cherry, Kenny Wheeler, Fulvio Sigurtà, Blood Orange, Ambrose Akinmusire, Chet Baker, Enrico Pieranunzi. Mi fermo perché la lista è giù lunga ma potrebbe continuare ancora a lungo.
Per quanto riguarda le influenze non musicali che comunque confluiscono nella mia musica sicuramente posso citare la letteratura, in particolare la fantascienza, e la poesia. Per il resto potrei citare anche il sole, il vento, i cipressi, il tramonto, i boschi di castagni, l’ombra della luna piena, il silenzio, lo sguardo di un cane e il suono della ghiaia schiacciata dalle ruote delle auto e molte altre cose ancora, che, direttamente o indirettamente, influenzano le mie percezioni, i miei pensieri e che possono ritrovarsi nelle mie varie manifestazioni artistiche, consapevolmente oppure no. 

7. Scrivendo ti ispiri a qualche scrittore in particolare?
Per la poesia, inizialmente, ero influenzato dalla stagione ermetica, e da Montale, Luzi e Fortini soprattutto. Ho mantenuto un gusto per l’endecasillabo sciolto, che anche sonoramente richiama quella stagione della poesia italiana, anche se dopo il primo libro ho cercato di non fossilizzarmi troppo sulle forme metriche, cercando di prediligere piuttosto un’unità sonora e ritmica personale, slegata dalle tradizioni. Negli ultimi anni posso dire di non avere avuto influenze particolari in poesia, corroborato anche dal fatto che ben poco di memorabile è stato scritto in Italia negli ultimi dieci anni, fatto salvo alcune eccezioni (i primi nomi che mi vengono in mente: Massimiliano Chiamenti e Marco Giovenale). A livello di tematiche permane un’influenza mutuata da altre letterature, come quella fantascientifica, sempre presente, in particolare da scrittori che hanno travalicato i generi come John Crowley e Thomas M. Disch, o da altre esperienze di scrittura assolutamente eccellenti, contemporanee e non, come quelle di Marcel Proust, Thomas Bernhard, Roberto Bolaño, Mircea Cartarescu, Tommaso Landolfi, Lalla Romano, Paolo Volponi, Gesualdo Bufalino e tanti, tanti altri. 

8. Hai qualcosa in programma per il futuro?
Sono sempre coinvolto in molte cose e molti progetti. Non tutti si concretizzano, ma una buona parte sì. I progetti che vedranno sicuramente la luce sono i nuovi dischi di Video Diva e AAL, presumibilmente nel 2020, così come una mia nuova raccolta poetica. Voglio poi realizzare un album di musica elettronica IDM, anche se per questo progetto non ho ancora deciso quale nome utilizzare, cioè se farlo ricadere sotto la sigla AAL oppure dare vita a un nuovo progetto. Anche questo immagino vedrà la luce dal 2020 in poi. E poi il progetto che ormai ho in cantiere da anni, e per il quale non so davvero indicare una data di realizzazione, ma che, sono sicuro, si concretizzerà, prima o dopo: un romanzo o comunque un libro contenente scrittura che possa definirsi narrativa.

giovedì 11 aprile 2019

Cineforum #2 - The Devil's Carnival/Alleluia! The Devil's Carnival

di Nero Vanta Fancelli


Titolo: The Devil's Carnival/Alleluia! The Devil's Carnival
Paese di produzione: USA
Anno: 2012-2015
Soggetto: Terrance Zdunich
Regia: Darren Lynn Bousman


TRAMA

A distanza di quasi due anni, riprendo oggi in mano una vecchia recensione redatta il 14/01/2017 di un musical / horror composto (al momento) da due capitoli, "The Devil's Carnival" e "Alleluia! The Devil's Carnival", rielaborandola e aggiungendo informazioni.

CAPITOLO I: “The Devil’s Carnival”.

Della durata di appena un'ora, il mediotraggio si fa carico d’una funzione prettamente descrittiva introducendo allo spettatore tre protagonisti atti a svolgere tale mansione: John (Sean Patrick Flanery), padre distrutto dalla morte del figlio Daniel, Ms. Merrywood (Briana Evigan), ladra di gioielli, e Tamara (Jessica Lowndes), adolescente.
Tre strade che mai potrebbero incontrarsi e che invece trovano traguardo comune: la morte, ciascuno per un motivo diverso.
Giunti inesorabilmente all'Inferno, qui appunto rappresentato come un immenso circo ricco di attrazioni, colori e dettagli, e fatte presente loro le ferree regole a cui dovranno sottostare, vagheranno tra i numerosi tendoni inconsapevoli d’esser trapassati a peggior vita, venendo costretti dai numerosi demoni a reiterare i peccati per i quali si sono allontanati dalla salvezza eterna e di conseguenza meritando la giusta punizione.
Nel mentre, il Diavolo in persona segue l’errare delle suddette anime dannate, affine in alcuni passi a determinate favole di Esopo, sennonché, accortosi d’aver commesso un clamoroso granciporro, sarà costretto a fare un passo indietro; ma ecco che l’errore gli dà un'idea geniale per invadere il Paradiso.

CAPITOLO II: "Alleluia! The Devil's Carnival".

Secondo atto, film a tutti gli effetti.
Artefatto: quivi narrata la tragica nascita di Painted Doll, alias June: in origine avvenente ragazza, una sorta di “stagista celeste”, si avvicinerà troppo all’ala interdetta della libreria del Paradiso, entrando così in possesso di volumi proibiti; tradita da chi meno si sarebbe aspettata, la sentenza non tarderà a giudicarla colpevole: scaraventata nelle viscere della Terra e rimasta sfregiata in volto, sarà lei a suggerire ad un giovane Lucifero l’idea di riformare l'Inferno quale circo.
Nondimeno, questo spiacevole evento mette in cattiva luce la figura dell’Onnipotente (Paul Sorvino), che riesce a spostare gran parte del consenso in direzione della propria nemesi per antonomasia.
Presente: Il Diavolo e Dio stanno preparandosi ad una battaglia senza esclusione di colpi e Painted Doll ricoprirà un incarico fondamentale nell’attuare i piani di conquista.

IMPRESSIONI

Un musical ambizioso, superbo nelle sue composizioni musicali e testuali ad opera di Saar Hendelman e Terrance Zdunich (peraltro soggettista e attore nel ruolo del Diavolo), e assolutamente piacevoli le caratterizzazioni, strutturalmente ben concepite nel loro saper esaltare ogni singolo personaggio.
Nomi importanti della scena musicale odierna, quali la “bambola” Emilie Autumn (cantante, polistrumentista eclettica e poetessa, forse musa ispiratrice delle scenografie e dei costumi, dacché già presenti nei suoi concerti dal vivo nonché parti integranti della sua personalità), il “bibliotecario” Tech N9ne (rapper statunitense) e molti altri ricoprono spazi nevralgici nella ventura battaglia tra Sacro e Profano, due schieramenti ambigui sin da subito nei quali risulta difficile individuare un antagonista; eppure, privi del CAPITOLO III, ci dovremo accontentare dell’attesa del piacere.

Questo almeno nel 2017, poiché voci di corridoio hanno lasciato trasparire certe indiscrezioni a proposito del seguito finale!
Darren Lynn Bousman... forse sconosciuto ai più; ma se vi dicessi che nella sua filmografia figurano Saw II, III e IV?

Nero Vanta Fancelli