lunedì 11 marzo 2019

Cineforum #1 - Accordi e Disaccordi

di Nero Vanta Fancelli


Titolo: Accordi & Disaccordi (Sweet And Lowdown)
Paese di produzione: USA
Anno: 1999
Regia: Woody Allen




TRAMA 

Falso documentario incentrato sulla breve ascesa e l’improvvisa scomparsa dal palcoscenico di Emmet Ray (Sean Penn), personaggio fittizio modellato quale eterno secondo sulla figura del chitarrista jazz di origine sinti Django Reinhardt, lo stesso Woody Allen tenta di ricostruirne la carriera che lo vide attivo negli anni ’30, costellata di licenziamenti e casuali colpi di fortuna.
Istrionico artista con un travagliato passato alle spalle e dall’enorme talento musicale che ciononostante, a causa della sua tetragona attitudine a voler essere amato senza amare, gli impedisce di primeggiare sul rivale francese (lo “zingaro”), Emmet scarica tali frustrazioni in attività ludiche bizzarre, alcolizzandosi, scialacquando il poco denaro a sua disposizione in regalie e beni di lusso nonché approcciando qualsiasi donna gli susciti interesse.
Durante uno dei suoi numerosi rapporti occasionali, ecco entrare in scena Hattie (Samantha Morton), lavandaia muta con qualche rotella fuori posto che, per quanto impossibilitata a comunicare, riesce ad allacciare un rapporto speciale col protagonista, tuttavia recalcitrante all’idea di “aprirsi”, dacché fermamente convinto dell’idiosincrasia che intercorre tra sentimento e successo; questione protratta e spalmata su tutta la pellicola, sarà questa a decretare l’inizio/fine del protagonista.


IMPRESSIONI

Una storia amara, velata da un umorismo sottile che lascia costantemente trasparire la tragedia che si consumerà sul finale (abbastanza scontata), purtroppo necessaria alla maturazione stilistica di Emmet, benché fugace e priva di risvolti sostanziali (come specificato nei titoli di testa).
La strategia dell’intervista direttamente a Woody Allen e ad altri testimoni si può ritenere geniale e al contempo “furba”: potendo contare sul sentito dire e punti di vista differenti, qualsiasi colpo di scena poco credibile o leggermente forzato trova legittimo espediente, possa questo più o meno piacere; inoltre, lascia dubbia la reale esistenza del personaggio.
Rimarchevole la performanza di Sean Penn (candidato agli Oscar assieme a Samantha Norton), a cui il regista, grazie ad un “gioco” registico improntato sull’attesa, dà la possibilità di mostrare al pubblico che ha acquisito davvero dimestichezza con lo strumento (al contrario di Tim Roth e Clarence Williams III ne La Leggenda Del Pianista Sull’Oceano), acciocché “l’amore” tra i due potesse definirsi in qualche modo reale e non pura finzione; dunque un plauso a Howard Alden, suo mentore, esecutore delle parti di chitarra solista della colonna sonora basata su brani originali di Django Reinhardt e Eddie Lang, riarrangiati e diretti da Dick Hyman. 
Aspetto su cui invece soffermarsi, il doppiaggio: soprattutto nella disamina dei resoconti dei testimoni, le voci, in particolar modo quella di Oreste Lionello, paiono “scollegate”. 

Nero Vanta Fancelli

martedì 26 febbraio 2019

Musica e linguistica nel Paleolitico: influssi e contaminazioni


Musica e linguistica nel Paleolitico: influssi e contaminazioni
di Andrea Guerriero

Citando un famoso passo di Schopenhauer, la musica “esprime, con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo (*1)”. Essa è il linguaggio universale, ciò che permette di comunicare a culture e persone differenti emozioni e pensieri, pur parlando lingue diverse. Ma qual è il suo ruolo nella storia della creazione dei linguaggi? Agli albori della civiltà, in che modo la musica ha influito nella nel processo di socializzazione, e come ha influito nella costruzione del dialogo?
È pressoché impossibile sapere se nacque prima la musica o la lingua. Varie sono le teorie legate alla diffusione di un sistema linguistico tale da permettere una trasmissione del sapere e della conoscenza. Secondo la maggior parte degli studiosi, già nel 50.000 a.C. esistevano lingue abbastanza articolate da permettere all’uomo di intraprendere colonizzazioni e replicare con grande precisione utensili, anche se per prudenza è forse meglio continuare a parlare di proto-lingue (*2). D’altronde, le fonti scritte più antiche che possediamo sono relativamente recenti, quindi è difficile ricostruire nel dettaglio i primi stadi della lingua parlata. 
Si dovrà attendere ancora molto per avere sistemi linguistici complessi (come ad esempio quello sumero), oltre che le prime fonti scritte: è però certo che proto-linguaggi abbastanza articolati vennero formandosi almeno 20.000 anni prima. Alcuni studiosi pensano che le grandi migrazioni del Paleolitico sarebbero state impossibili da mettere in atto senza una lingua abbastanza evoluta da poter essere usata per gestire eventi di tale portata (*3). È inoltre possibile che gli stessi Neanderthal adottassero rudimentali sistemi linguistici, abbastanza evoluti da permettere comportamenti sociali avanzati. Si è ipotizzato che la trasmissione di concetti e informazioni più evoluti fosse messa in atto inizialmente tramite un’evoluta lingua dei segni (*4).
Durante il XIX secolo, alcuni musicologi hanno iniziato a teorizzare come fosse nata la musica. Herbert Spencer ipotizzò che la musica giocasse un ruolo importante nei linguaggi, rendendoli più chiari e pragmatici. Questa tesi venne dibattuta da Darwin, convinto sì che le lingue derivassero da antichi sistemi musicali, ma anche che la musica giocasse un ruolo sociale simile al canto degli uccelli, legato principalmente alla riproduzione. Egli, infatti, sostenne che l’uomo primitivo usasse la voce per produrre delle cadenze musicali, utili specialmente nelle fasi di corteggiamento per esprimere un range di emozioni varie: dall’odio, all’amore, gelosia e trionfo. È quindi possibile, secondo questa teoria, che l’uomo sia riuscito a strutturare dei sistemi linguistici partendo proprio dal canto, cercando di dar voce alla sua sfera emotiva (*5).
È impossibile riuscire a ricostruire la nascita e lo sviluppo delle prime concezioni musicali, dei primi strumenti e dei primi “musicisti”. Non esistono notazioni nelle raffigurazioni parietali, e misere sono le tracce lasciate dai primi uomini riguardo all’argomento. Recentemente, alcune interessanti scoperte stanno però dando modo di approfondire gli studi sulla musica del Paleolitico. L’eccezionale ritrovamento di un flauto d’osso (di avvoltoio) nel 2008 ha rivoluzionato la concezione sull’argomento. La porzione intatta dello strumento misura all’incirca 20 cm, includendo anche la parte utilizzata dal suonatore per soffiarci dentro, e reca cinque fori. Grazie ad alcune ricostruzioni effettuate, è stato possibile ascoltare lo strumento, che sorprendentemente genera una sequenza di note molto simile ai flauti odierni. La datazione sembra relegare il flauto ad un periodo oscillante fra i 40.000 e i 35.000 anni fa (*6). Le precedenti scoperte in ambito di strumenti musicali (altri flauti, fatti con avorio di Mammoth e ossa di altri animali) facevano parte di corredi molto più recenti e di difficile datazione.

Fonte: H.Jensen/University of Tubingen

È interessante provare ad immaginare il percorso che ha portato al compimento di questi strumenti: uomini che, ammaliati dalle melodie del mondo animale e della natura in generale, cercano di ricreare quelle tipologie di suoni grazie alle loro conoscenze acquisite nella lavorazione di ossa e pelli, cercando di ampliare il loro range espressivo, basato esclusivamente sul canto. Il tentativo di dar vita a strumenti in grado di creare combinazioni sonore in grado di esprimere emozioni e concetti molto complessi, quasi sicuramente per fini rituali, porta alla creazione inizialmente di strumenti percussivi, in seguito flauti e basilari cordofoni. Da quel momento, l’uomo prende consapevolezza del poter fare musica, di avere a disposizione un metodo di espressione capace di esprimere concetti anche fra diverse tribù (*7). Secondo Rousseau, all'origine delle formazioni linguistiche e musicali fu la melodia a prevalere sull’armonia, in quanto fu dalle passioni che vennero generandosi entrambe le cose: infatti, "i movimenti delle passioni possono essere espressi solo da suoni dal carattere melodico" (*8). La concezione di modi e scale come viene intesa oggigiorno dovrà, però, aspettare migliaia e migliaia di anni. È quasi certo che gli strumenti musicali abbiano avuto la maggiore crescita in ambito religioso, in quanto fin dall’alba dei tempi la connessione fra musica e riti religiosi è forte. Purtroppo, le fonti d’indagine a riguardo sono poche, oltre ad essere molto più recenti rispetto ai flauti ritrovati. Un esempio è quello della grotta di Trois-Frères, nel sud-ovest della Francia, dove è possibile ammirare una rappresentazione di uno sciamano intento a suonare un flauto nasale.

Fonte: https://thinkingonmusic.wordpress.com/tag/trois-freres

Tornando ai flauti di 40.000 anni fa, è possibile notare un primordiale utilizzo delle scale (pentatoniche, secondo alcuni), in un periodo temporale in cui si stava consolidando una struttura linguistica più definita. È possibile che questo processo musicale che andava formandosi abbia influito nella musicalità delle lingue primordiali, oltre che nella creazione di suoni capaci di trasmettere costrutti linguistici, esattamente come la musica riusciva a trasmettere emozioni complesse, collegando l’umano al “divino”. Un ruolo fondamentale potrebbe essere stato giocato dagli sciamani, guide (dirette e indirette) delle piccole comunità formatesi: analizzando vari petroglifi, è possibile notare che essi vengono spesso rappresentati nell’atto di suonare strumenti (*9), utilizzati in rituali e forse anche durante le guarigioni. 
Ovviamente bisogna tener conto della grande differenza di percezione di suoni e “musica” del passato (d’altronde parliamo di più di 50.000 anni fa) rispetto alla nostra. È difficile provare che l’uomo preistorico apprezzasse la musica, e che effettivamente ne avesse cognizione. Questi strumenti potrebbero anche esser stati costruiti esclusivamente per fini rituali esterni ad essa. Ciò non toglie, però, l’importanza che questi uomini dettero agli strumenti, data la cura e la precisione con cui vennero costruiti e decorati. Inoltre, ad accreditare l’ipotesi dell’importanza della musica e dei suoni in queste antiche società, è possibile secondo alcuni studiosi anche evidenziare la quantità di note riproducibili con i flauti prima evidenziati, e la complessità (per l’epoca), oltre che la precisione, delle scale riproducibili (*10)
In conclusione, è possibile affermare che musica e canto abbiano giocato un ruolo essenziale nella creazione dei linguaggi umani. Partendo da quest’ultimo e dal tentativo di esprimere un range di emozioni sempre più complesse, è stato possibile arrivare alle prime concezioni musicali, alla creazione dei primi strumenti e, quindi, alle prime scale musicali. Esse, successivamente, hanno giocato un ruolo importante nella strutturazione di discorsi sempre più complessi, e la concezione di poter articolare melodie potrebbe aver influito sulla definizione di vocali e consonanti, per meglio articolare i dialoghi. L’intervento degli sciamani a regolamentare queste nuove creazioni, e il ruolo importantissimo che giocarono nella costituzione tribale, oltre che l’importanza che ottenne la musica nei rituali, potrebbe aver giocato un ruolo chiave in questo rapporto linguistico-musicale, velocizzando, e forse anche rafforzando, la costruzione linguistica.


(*1) - A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 52 in Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, vol. XIX, pagg. 690-691.
(*2) - Come riferimento a queste informazioni ho usato il libro Language in Prehistory di Alan Barnard (2015).
(*3) - Nel libro Language in Prehistory di Alan Barnard (2015).
(*4) - Anche in questo caso rimando il lettore ad approfondire l’argomento tramite il libro di Barnard.

(*5) - Charles Darwin, The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, 1871.

(*6) - "Earliest musical instrument discovered". The New York Times. June 24, 2009.

(*7) - Ovviamente, è impossibile sapere cosa spinse realmente l’uomo al fare musica, e ciò che ho riportato è solo una teoria esemplificativa del processo. È importante ricordare che anche il battito delle mani e dei piedi può essere inteso come strumento percussivo. Per approfondimento,  segnalo l’articolo The Origin of Musical Instruments and Sounds di Bo Lawergren (Anthropos, Bd. 83, H. 1./3. (1988), pp. 31-45).
(*8) - Rousseau, Essai sur l'origine des langues, où il est parlé de la mélodie et de l'imitation musicale (1781).
(*9) - Un esempio, già riportato precedentemente, è lo sciamano della grotta di Trois-Frères. 
(*10) - Per questa parte ho preso come riferimento l’articolo di Jelle Atema Old bone flutes (2004).

Andrea "Warrior" Guerriero

giovedì 6 dicembre 2018

Adern X_Arte sonora e visuale


Intervista ad Andrea Piran, in arte Adern X, che ci parla della sua vita artistica e del suo ultimo lavoro Summer Twilight Autumn Dawn.

1. Dalla home del tuo sito apprendiamo che sei un artista sia nel campo sonoro che in quello visuale. Ci puoi spiegare in dettaglio il tuo lavoro in questi due campi? Hai una preferenza tra i due?
Alla base del mio lavoro in entrambi i campi c'è un principio di base che è il rapporto tra elementi diversi tra loro; credo che alla fine il campionamento ed il collage siano nient'altro che modi diversi per chiamare, in discipline diverse, lo stesso metodo di composizione. Non c'è una gran differenza di principio tra sovrapporre due suoni o due immagini se non il fatto che l'immagine, riferendosi molto spesso a qualcosa di più culturalmente connotato di un suono, consente dei rapporti dialettici un po' più precisi o, quanto meno, più semplici da capire. La differenza più grossa tra i due campi la fanno sostanzialmente il tempo e lo spazio: il suono ha come limite il tempo, mentre un'immagine ha lo spazio ed il video ha, ovviamente, entrambi i limiti contemporaneamente. Non ho una particolare preferenza perché uso mezzi diversi ma che hanno uno scopo comune: la reificazione della memoria. Ad un certo punto, mi sono reso conto che ho quasi sempre usato mezzi, registratore e macchina fotografica, che sono nati con lo stesso obiettivo: fissare i ricordi su qualcosa di concreto, cosa che fa sì che questi siano manipolabili. Alla fine la mia musica è manipolazione di ricordi sonori mentre le mie fotografie sono ricordi visivi ed il video è un mezzo per sovrapporre questi due aspetti.

2. Sempre dal sito leggiamo che l'obiettivo principale delle tue composizioni è la manipolazione e la stratificazione di campioni presi da varie fonti per (de)formare un suono esterno. Questo tipo di composizione musicale ricorda la musica concreta. Quanto ha influito essa sul tuo stile compositivo?
Molto. Chiunque manipoli una fonte sonora registrata si rifà a quell'approccio, più o meno consciamente, ed all'idea che un suono non sia un'entità astratta che debba essere tradotta in pratica ma un fenomeno percettivo che comprende anche il rumore. Mi ha anche stupito molto il fatto che sia l'unico filone dell'avanguardia post bellica che abbia trattato in modo sistematico i rapporti tra l'articolazione sonora e visiva, tramite il concetto di montaggio, per arrivare ad una sintesi, mentre per le altre correnti l'espressione visiva della musica era la danza che è un rapporto più conflittuale.

3. Quali sono le tue influenze maggiori nel comporre musica?
Le influenze principali sono Nurse With Wound, Negativland, Dj Shadow, Keith Rowe e William Basinski. Ho tantissime influenze minori, ma importanti, come possono essere Michel Chion o gli Autechre, ma quelle sono il punto di partenza del mio suono mentre chi mi ha spinto ad abbattere certi steccati di genere è stato John Zorn, senza i Naked City forse non avrei mai ascoltato i nomi citati prima. 

4. Domanda di rito. Quando è stato il tuo primo approccio alla musica? Ricordi i tuoi primi ascolti?
Ascolto musica fin da piccolo ed il primo ricordo di una musica che mi ha colpito profondamente è "Penny Lane" dei Beatles anche se poi chi mi ha veramente spinto a comprare sistematicamente dischi sono stati gli Iron Maiden di "Somewhere in Time".

5. Summer Twilight Autumn Dawn è il tuo ultimo lavoro. Ce lo puoi descrivere? In cosa differisce dai tuoi precedenti lavori?
La prima versione di Summer Twilight Autumn Dawn è nata per una diffusione curata da James Dunn e Clair Urbahn, nel 2012, nella quale hanno trasmesso dei contributi pensati espressamente per la trasmissione radiofonica. Essendo la fine d'agosto è stata abbastanza naturale centrarlo sulla fine dell'estate come metafora della maturità che è anche la perdita, o ridimensionamento, di alcuni ideali. Era anche un periodo in cui mi iniziava a stare un po' stretto l'uso dell'editor digitale multitraccia, che era la base dei miei lavori sino ad allora, e volevo un approccio più aperto agli imprevisti ed, infatti, avevo usato nastri, cd ed un iPod per eseguirlo. Il lavoro che è molto processuale e basato su parti che ritornano in vari punti ed è basato su tre linee distinte, field recordings, campioni e loop, che s'intrecciano per rendere come i ricordi, ed i suoni, si modificano col tempo. Non essendo mai stato diffuso una seconda volta, dopo averlo riascoltato dopo anni e realizzato come fosse la base, almeno concettuale, dei miei lavori più recenti, ho rilavorato, riprocessato e rieditato la registrazione originale per rendere più evidenti alcuni rimandi sonori e migliorare lo spettro complessivo del suono.

6. Come vedi la musica sperimentale di oggi?
Penso che questo sia un periodo di transizione da un momento in cui il linguaggio è entrato, da una fase esplorativa, in una fase d'assestamento in cui non conta tanto la novità sonora quanto la capacità di costruire qualcosa che abbia un senso compiuto; in altri termini sta tornando ad essere importante la scrittura più che l'idea, anche provocatoria. Credo che esca della musica di valore sopratutto in settori come la musica concreta e l'improvvisazione elettroacustica mentre altri come la musica ambient fanno fatica ad uscire dalle gabbie di una forma che sembra diventata maniera. Poi, il fatto che gli spazi critici si stiano o riducendo, per via del fatto che la carta stampata è in piena retromania, o polverizzando, visto che i siti dedicati sono spesso ultra specialistici, sta spingendo verso una certa omologazione allo scopo di piacere al primo ascolto ed avere più facilmente accesso a questi spazi promozionali. In qualche modo, credo che, se da una parte i mezzi digitali potrebbero alzare la qualità media, si spenda molto meno tempo a sviluppare un lavoro poiché è veloce registrare e stampare, o distribuire digitalmente, e questo spesso si sente.

7. Ci vuoi parlare dei tuoi progetti futuri?
In programma ho un nuovo disco, una serie di fotografie ed un video; ma è ancora in stato troppo embrionale per descriverli.

Link al sito di Adern X: http://www.xevor.net/?fbclid=IwAR3xuIUc8e-VldfllshRxJIm5NRMLy5XdEaV1D7QP0YCIFhXl_qncDLEVNg

Lorenzo Squilloni

lunedì 3 dicembre 2018

Nuovi generi musicali: Dungeon Synth


Negli ultimi anni nell'underground musicale mondiale sta emergendo sempre di più un genere (molti parlano di microgenere) chiamato dungeon synth.

Ma cos'è il dungeon synth? Quando è nato questo genere che sta appassionando sempre più persone?

Per rispondere a queste domande dobbiamo fare un passo indietro, precisamente negli anni '80; all'inizio di questo decennio iniziano ad uscire allo scoperto i primi gruppi heavy metal come Iron Maiden, Judas Priest, Accept; dalla metà degli anni '80 e l'inizio dei '90, iniziano già a svilupparsi estremizzazioni del genere (sia stilisticamente che tematicamente) dando vita al thrash metal (Metallica, Anthrax, Megadeth e Slayer), al death metal (Slayer riconosciuti come i primi ispiratori del genere, Poessessed e Death) e al black metal: ci focalizzeremo su quest'ultimo genere musicale perchè di fondamentale importanza per la nascita e lo sviluppo del dungeon synth.
I primi gruppi con tematiche che si possono ricollegare al black metal furono band heavy metal come Mercyful Fate e Venom (quest'ultimi pubblicarono anche un album nel 1982 chiamato "Black Metal") mentre i primi gruppi che possono essere considerati con un sound vicino al black metal sono Hellhammer, Bathory e Celtic Frost; ma il primo gruppo a dichiararsi black metal furono i Darkthrone con l'album "A Blaze In The Northern Sky". Altri gruppi di fondamentale importanza per lo sviluppo della scena black metal furono i Mayhem, Immortal e Burzum giustono per citarne qualcuno.

Tra quelle citate la band che ci interessa di più è Burzum: infatti la one man band fondata da Varg Vikernes è una delle ispiratrici del dungeon synth, più precisamente con l'album Filosofem del 1996, insieme ai primi lavori di Mortiis, progetto solista dell'ex bassista degli Emperor Havard Ellefsen.
Il genere musicale dungeon synth (chiamato così sono negli ultimi anni) nasce a metà anni '90 (Wikipedia lo fa iniziare tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, ma gli album trovati in rete più vecchi risalgono al 1994); le principali caratteristiche delle prime produzioni erano registrazioni lofi, rimandi al black metal con copertine degli album, scritte e vestiti tipici del genere, come possiamo notare nelle copertine del progetto Grim, e uso delle cassette audio come supporto fisico degli album. Essenzialmente il dungeon synth è dark ambient di matrice black metal (in alcune produzioni possiamo sentire voci in scream e blast beat di batteria) con richiami a scenari fantastici (soprattutto legati agli scritti tolkeniani) e/o medievaleggianti riguardo le tematiche.




Essendo rimasto per lo più nell'ombra, il dungeon synth negli ultimi 2/3 anni è uscito dalla nicchia, interessando sempre più persone; basta andare sul canale YouTube "Dungeon Synth Archive", per vedere quanti album sono stati rilasciati solo nel 2018. La quantità di micro generi correlati al dungeon synth è estremamente varia: principalmente troviamo la old-school dungeon synth che raccoglie sia le prime produzioni che le nuove produzioni che si ispirano ad un sound "vecchio stile", il tolkien inspired, con tematiche appunto legate all'universo di Tolkien, e la medieval ambient, ispirata al medioevo.



Anche la strumentazione è legata al genere musicale: nella old-school si usano soprattutto sintetizzatori anni '90 (come potrebbe essere il Korg M1) e poco più, registrando alcune volte l'album in mono per ricreare il sound tipico delle vecchie produzioni; negli altri generi vengono usati, oltre ai sintetizzatori, strumenti medievali o classici (come archi e fiati) a seconda del sottogenere musicale (possiamo trovare anche strumenti etnici). Molto ha influito su questo genere la tecnologia musicale (per la strumentazione vengono usati molti virtual instruments), e le piattaforme web come YouTube e Bandcamp per la diffusione di questo genere.

Per concludere questo articolo non possiamo far altro che dare consigli per l'ascolto: la maggior parte del dungeon synth è possibile trovarla su YouTube, nel canale sopracitato "Dungeon Synth Archive", o cercando "dungeon synth" su Bandcamp, dove troviamo molte compilation a tema come "Dungeons & Catacombs", una delle più importanti; su Facebook il gruppo chiamato "Dungeon Synth" mette in comunicazione artisti e appassionati del genere.

Andando più nel particolare sono consigliati artisti come: Grim e Old Tower per la old-school dungeon synth, Jim Kirkwood se amate le colonne sonore dei film fantasy anni '80/'90 (come "La Storia Infinita"), Balrog e Uruk-Hai per la tolkien inspired, Mystic Towers e Utred per la medieval ambient.



Riguardo all'Italia sono consigliate le etichette discografiche Masked Dead Records e Heimat Der Katastrophe, entrambe con release di album dungeon synth, mentre i progetti Machina Coeli e Il Cinghiale sono degni di attenzione.


Lorenzo Squilloni

sabato 24 novembre 2018

Masked Dead Records_Occultismo e musica


Abbiamo avuto l'onore di intervistare Matteo Antonelli, la mente dietro l'etichetta Masked Dead Records. Intervista a cura di Andrea Guerriero.

1- E' un piacere poter ospitare in questa rubrica colui che si cela dietro una delle etichette più particolari degli ultimi anni, la Masked Dead Records. Cosa ti ha spinto a creare questa label?
Masked Dead Records nasce tre anni fa dalle curiosità ed ambizioni di un me diciottenne , con l’intento di proporre musica dai tratti oscuri (scelta poi trascesa) in un formato particolare e ricercato. Ciò che mi ha spinto a creare questa etichetta è ciò che tutt’ora la porta avanti: la necessità di concretizzare la mia passione per la musica. Masked Dead Records è per me passione, non business; non ho mai nemmeno tenuto un registro delle spese e delle vendite. Certo, se la parte economica fosse un disastro non credo sarai in grado di mantener vivo questo progetto. Di conseguenza devo solo che ringraziare tutte quelle persone che mi supportano sin dagli albori: se nel corso di tre anni sono riuscito ad arrivare a ben trentacinque uscite è merito anche del sostegno donatomi.

2- La particolarità dell'etichetta sta nel produrre solamente mini cd. Come mai questa scelta inusuale? E come mai proprio un formato di così difficile vendita?
Io stesso in quanto individuo sono costantemente alla ricerca dell’inusuale, del singolare, del personale. Non può esser quindi altrimenti anche per i progetti a me correlati. Trovo che il stampare solo in questo formato sia una caratteristica non indifferente, oggigiorno distinguersi è fondamentale seppur molto difficile; io ho trovato questa potenzialità estetica nel mini-cd. Di fatto, che io sappia, credo di esser l’unica etichetta Metal (e correlati) al mondo ad esser specializzata in questo particolare formato, da me proposto tramite diversi supporti (mini-cd case, mini-dvd case ed edizioni speciali realizzate a mano). Oltretutto, trovo che un altro dei vantaggi stia nel suo basso costo; questo mi permette di vendere un singolo disco all’irrisorio prezzo di tre euro (giusto per sottolineare quanto Masked Dead Records si basi sulla passione e non sul business).

3- Considerato quanto è difficile reperire mini cd vergini oggigiorno, credi che continuerai a portare avanti la produzione in questo formato oppure opterai per altro?
Assolutamente sì: il mini-cd è il marchio di fabbrica di Masked Dead Records e non ho minima intenzione di alterarlo; preferisco proporlo attraverso diverse forme. Volontà personale a parte, la loro reperibilità è sicuramente tediosa, ma con una ricerca approfondita sono riuscito a raggiungere tutti i canali necessari a garantire la sopravvivenza della mia etichetta.

4- Devo dire che ho apprezzato parecchie release della Masked Dead, in particolare Voland 2. Come mai la decisione di spaziare così tanto fra generi diversi tra loro? Quale vorresti portare avanti maggiormente con l'etichetta?
I Voland sono fra i progetti dei quali vado più fiero di collaborare da diverso tempo. I ragazzi hanno un gran talento, ed aver l’opportunità di poterne seguire gli sviluppi è per me motivo di orgoglio. Inutile dire che si meriterebbero più di quanto Masked Dead Records è in grado di proporre.
La scelta di spaziare così tanto nei generi e nelle sonorità deriva da un mio gusto personale musicale di natura caleidoscopica: colorato quanto oscuro, melodico quanto estremo, rievocativo quanto mistico. Non ho un genere prediletto che vorrei portare avanti, ma sicuramente le prossime uscite vireranno su sonorità oniriche, atmosferiche, tormentate ed oscure. Tuttavia, desidero distaccarmi dal Dungeon Synth/Ambient per poterlo proporre tramite una nuova etichetta in collaborazione con un caro amico (esperienza per me nuova, essendo Masked Dead Records portata avanti da me e me soltanto).

5- Un'altra release particolarmente recente che ho apprezzato è stata The Great Descent degli OrosKhaos. Adoro questo tipo di melodie, e spesso e volentieri le preferisco a molta robaccia "estrema" che soffoca il mercato odierno. Cosa pensi a riguardo? Come vedi la politica di molte etichette di basare la loro fama più sull'estetica rispetto che sulla musica?
“The Great Descent” degli OrosKhaos è un disco seminale per la mia storia personale. La loro musica è a me molto vicina ed ha un grande potere sul mio spirito. Aver avuto l’opportunità di riproporlo accompagnandolo con dell’incenso realizzato da veri alchimisti esoterici (Occvlta) è stato per me un grande sogno. Come ben dici, trovo che gli OrosKhaos siano molto più vicini all’essenza mistica del Black Metal di quanto molte banducole (musicalmente) estreme lo siano. Di questo, ciò che fa sorridere è il come gli OrosKhaos riescano a trasmetterlo con una musica ricca di melodia, colore, atmosfera, purezza, bellezza e sincerità. Se si vuole fare arte estrema, è bene chiedersi prima di tutto se si porta dentro la giusta essenza spirituale, la quale trascende ogni canone musicale ed artistico già di partenza. Trovo che oggigiorno la musica estrema (come ogni singola altra cosa esistente in questo mondo) sia inflazionata e distorta da individui privi di spirito, mossi solo che dal proprio patetico ego. L’Essenza Vera è ciò che manca. Stesso discorso vale per l’estetica, la quale trovo sia fondamentale, ma che deve essere lo specchio del proprio spirito, non un costrutto di plastica fine a sé stesso spacciato per chissà cosa. Se proprio devo aver a che fare con la plastica, vomitarci sopra è la giusta alternativa al contemplarla.

6- La release più particolare della Masked Dead credo che sia A Glimpse Into The Absurd dei The Voices. Vuoi dire due parole a riguardo? Ah, fra parentesi, bellissima la collaborazione, credo che sia il brano che più mi ha colpito dell'intera release.
The Voices è un altro dei progetti al quale mi sento parecchio legato. Le voci di Paolo mi stupiscono sin da quando avevo giusto 16 anni; da allora non mi sono più scostato da lui e dalle sue brillanti, assurde ed illuminanti creazioni musicali. Paolo è per me - oltre che un caro amico e maestro - un artista ricco e dalle enormi potenzialità; aver la possibilità di collaborarci anche artisticamente mi rende fiero e molto entusiasta. Con questo capitolo The Voices si apre alla musica tribale e ad un approccio meno parodistico; caratteristiche che vengono poi ampliate ed impreziosite in “Light And Weirdness”, uscito sempre per Masked Dead Records nel Maggio di questo anno.  Proporre la sua musica è per me sempre una grande sfida, data la sua inappartenenza di genere; far inoltre comprendere una creazione così sperimentale, d’avanguardia e fuori dagli schemi è davvero difficile. Specialmente a profani del canto. Oltretutto, per un’etichetta prettamente Metal far uscire un disco A Cappella è altrettanto inusuale. Ma il valore che vedo e sento per The Voices è talmente grande che non ho mai tentennato. Provo molto affetto per questo progetto.

7- Bene, direi che per adesso può bastare così. Programmi per i prossimi mesi?
Sembra strano, ma al momento non ho ancora nulla di deciso. Mi sono voluto prendere un mesetto di pausa, al futuro inizierò a pensare da metà Dicembre in poi. Nel frattempo posso sicuramente anticipare che avremo un seguito discografico sicuro per band quali Secretpath, Machina Coeli, The Voices e Trom (band svizzera di culto degli anni ’90 da Masked Dead Records ristampata più volte; ho fra le mani un full-lenght mai pubblicato ed un piccolo live inedito). Oltre a questo, presenterò presto un nuovo supporto per mini cd: una via di mezzo fra mini-cd case e mini dvd-case; trovo abbia il suo perché e voglio provar a dargli spazio, sperando venga apprezzato. L’uscita Neos Gheron è stata l’ultima per il 2018, ma sono felice di averlo chiuso definitivamente con questa piacevole intervista. Grazie per aver dato voce a Masked Dead Records ed alla mia visione, che ho ovviamente espresso ed occultato nelle mie parole.


Andrea "Warrior" Guerriero

sabato 6 ottobre 2018

Edoardo Pistolesi_Musica in radio


La nuova intervista di questo blog è con Edoardo Dottilio Pistolesi, fondatore della web radio Dots Unlimited Radio, oltre ad essere musicista, compositore e collaboratore in Solchi Sperimentali con Antonello Cresti.

1. Ci puoi presentare la Dots Unlimited Radio? 
Dots Unlimited Radio nasce col cuore, a metà strada tra uno stato mentale e una esigenza fisica. È il coronamento di una filosofia, di un modo di "pensare" musica e nuove forme di linguaggio e comunicazione, alternativo a quello corrente degli irresponsabili della musica, del suono e delle parole, che coinvolge sia i padri fondatori e station managers del network (il sottoscritto e Alessio Spadaro, suo socio/collega) che tutti gli umani che anche con un solo mp3 ne fanno parte, siano essi artisti internazionali conclamati, semplici curiosi, persone attente alle nuove onde, gestori di netlabels piccole e grandi o l'ultimo dei cani sciolti.

2. Come è nata l'idea di creazione della radio? 
Erano i primi giorni del 2015, ricordo che mi trovavo a una fiera del disco, e nel mezzo di una conversazione telefonica con Alessio- oltre a dedicarci alle singole produzioni dei brani come al solito- sentimmo simultaneamente l'esigenza di convogliare nella creazione di uno streaming audio tutte le aspettative di una visione "collettiva" e partecipata della musica di ricerca. Si era già attivata una cospicua serie di contatti con produttori un po' da tutto il mondo, che idealmente abbracciarono subito l'idea con grande entusiasmo. Si iniziò a lavorare di buona lena alla parte tecnica, coadiuvati dal grande aiuto di Marco Paolini, tecnico informatico amico del progetto e molto esperto in materia, a cui ancora dobbiamo più di un invito a cena...e dopo un lungo lavoro che è durato circa 1 anno, la webradio era pronta ad essere lanciata.

3. Accettate qualunque genere musicale? Come sono suddivisi i canali della radio? L' apertura è totale, all'interno dei 6 canali attualmente attivi vi si trova un po' di tutto a 360°, dall' ambient al rock-jazz sperimentale, dall'improvvisazione allo spoken word passando per un nuovo canale ASMR al quale stiamo lavorando, una esclusiva di Dots Unlimited che sarà pronta nei prossimi mesi. L'unica discriminante è che siano file audio con licenza Creative Commons, o mp3 promozionali che fungano da anteprima a un brano ufficiale (quindi no-copyright), o registrazioni- autoproduzioni libere.

4. Ci parli della tua collaborazione con Antonello Cresti in Solchi Sperimentali? Come è nata? Hai un ruolo preciso nell'associazione? 
La cosa alquanto singolare- e in questo caso alquanto fortunata- è stata che l'inizio dei due network è pressochè coincidente. Antonello nel 2014 scrisse il primo libro della saga di Solchi sulle musiche "altre" : fu durante una presentazione a Firenze che le strade nostre si incontrarono, da lì occasioni sempre più numerose di confronto portarono a incrociare le collaborazioni, sino a rendere Dots Unlimited la webradio ufficiale di quella che è poi diventata la Rete dei Solchi Sperimentali: promuoviamo gli eventi con spot on-air in heavy rotation e per gli eventi principali diamo il nostro patrocinio. In seguito sono entrato nel consiglio direttivo di Solchi, e attualmente ricopro vari ruoli organizzativi al suo interno, sia di coordinazione artistica che di relazioni esterne, oltre a creare il flow sonoro sperimentale ufficiale pre-post concerti in molti festival e happenings in giro per l'Italia.

5. Oltre ad occuparti della radio sei anche un musicista. Ci parli in dettaglio di questo tuo aspetto? Dove inizia il tuo interesse per la musica? 
Ho sempre avuto un interesse per i jingles e per le registrazioni in generale. Quando ero piccolo mi comprarono uno stereo portatile QT27 della Sharp, lo avevo sempre con me, ci registravo di tutto, dai frammenti di programmi radio alle voci dei miei amici o ai suoni della strada, e facevamo finta di essere una radio...negli anni a venire tanti e vari ascolti formavano uno strato sottile di coscienza sonora, e capitava estrapolare nuovi suoni dai nastri e poi riascoltavo l'assemblaggio, una sorta di plunderphonics inconsapevole...insomma, probabilmente era già in testa molto di quello che è stato poi. Col mio collega poi ci siamo incontrati a diciott'anni, al tempo io ero un dj e lui e il tipo che suonava con noi al tempo erano già appassionati di computer, legati alle prime virtual towns...è stato facile iniziare a buttar giù suoni sintetici, e volerli promuovere e pubblicare. A 20 anni abbiamo prodotto il nostro primo CD con la Sony DADC. Adesso che abbiamo più di 40 anni, lui è incaricato di remixare e completare l'enorme mole di files e patterns creati al tempo, io invece sono attivo con progetti solisti freeform-ambient e tracce sperimentali su varie netlabels internazionali.

6. Quali sono i progetti per il tuo futuro da musicista e della radio? 
Siamo arrivati ad un punto dove le idee individuali devono amalgamarsi e prendere una forma sempre più "collettiva". Stiamo lavorando sodo per riuscire ad alzare l'asticella e poter offrire una qualità sempre maggiore tramite collaborazioni e contratti, mantenendo la libertà che ci contraddistingue. L'auspicio è che per Dots Unlimited Radio, oltre ad aumentare sempre più le collaborazioni, siano benvenute!- si possano aprire le porte di una professionalità meritata e riconosciuta tra gli addetti ai lavori, tra tutti i nostri fans e -speriamo- tra sempre più ascoltatori.

Qui sotto il link del sito della radio:
http://www.duradio.net/

Lorenzo Squilloni

lunedì 17 settembre 2018

Antonello Cresti_Nei Solchi della Musica Altra


La prima intervista del blog è ad Antonello Cresti, ideatore della saga letteraria di "Solchi Sperimentali" (arrivata al terzo libro) e del collettivo/associazione "Rete dei Solchi Sperimentali".

1. Puoi presentarci la trilogia di Solchi Sperimentali?
In principio fu un libro omonimo nel quale intendevo mettere a raccolta un ventennio di miei ascolti molto trasversali nel tempo, nello spazio e nello stile, che però fossero accomunati da uno spirito di ricerca, una curiosità che io ho associato da asubito all’idea di “alterità”. Da qui la non-definizione di “musiche altre” che oramai mi accompagna da qualche anno. Il secondo passo – fondamentale per la costruzione di tutto il progetto che travalica l’aspetto editoriale è stato “Solchi Sperimentali Italia” in cui ho indagato 50 anni di produzioni “altre” nel nostro Paese, con tantissime interviste esclusive a corredo. L’ultimo “Solchi Sperimentali Kraut” è un momento retrospettivo su uno dei fenomeni realmente fondativi rispetto ad un modo di intendere la musica, ossia il cosiddetto krautrock, la musica underground tedesca degli anni settanta.

2. Sappiamo che ci sono state uscite di materiale multimediale a nome Solchi Sperimentali. Ce ne puoi parlare?
La follia più grande che finora ci siamo concessi è stata far diventare un saggio musicale (“Solchi Sperimentali Italia”) il pretesto per un film vero e proprio, con la regia di Francesco Paolo Paladino e vari ruoli fiction ali. Un’esperienza molto divertente che credo abbia spalancato le porte dell’underground a molti, anche se altrettanti si saranno indispettiti per il tono surreale e autoironico della intera vicenda. Sempre con Paladino abbiamo recentemente girato un docufilm dedicato alla straordinaria figura di Juri Camisasca. Il titolo di questa opera è “Non Cercarti Fuori”.

3. Come è nato il collettivo/associazione Rete dei Solchi Sperimentali? Di cosa si occupa?
Una volta entrato in contatto con centinaia e centinaia di musicisti nel nostro Paese era bene immaginare una sorta di coordinamento orizzontale per poter meglio valorizzare i vari progetti sul territorio, coinvolgerli nelle nostre numerose iniziative pubbliche e a nostra volta accogliere idee, aiuti e suggerimenti. Questo è la nostra Rete, senza troppi giri di parole!

4. Oltre a Solchi Sperimentali, ci sono state altre uscite letterarie a nome Antonello Cresti?
Si. Ho iniziato a pubblicare nel 2004 occupandomi prevalentemente di temi musicali e contro culturali legati al Regno Unito, un luogo a cui ho dedicato anche un paio di esperimenti di narrativa di viaggio. Le mie fatiche editoriali sono ancora tutte reperibili online, per chi intendesse approfondire.

5. C'è stato un tempo in cui Antonello Cresti è stato anche musicista. Ci parli di quell'esperienza?
Ho iniziato sui banchi del Liceo esattamente venti anni fa coi Cocainomadi, un progetto anarcoide e irriverente di “porno rock” (così lo chiamavamo). Poi è venuta l’epoca delle sperimentazioni più dichiarate e consapevoli con Nihil Project, coi quali abbiamo pubblicato 3 album ufficiali. Ho partecipato anche a progetti estemporanei live o in studio, tra questi ricordo il progetto internazionale In Yonder Garden.

6. Ad ogni presentazione di un libro targato Solchi Sperimentali, fai esibire i musicisti della città in cui si svolge la presentazione. Quanto è importante per te la promozione di artisti di varie realtà? Qual è la tua opinione sulla musica in Italia di oggi?
Direi che questo aspetto è essenziale, fosse altro per non rischiare di compiere una operazione troppo astratta e teorica. E’ davvero necessario passare sempre dalle parole alle azioni concrete, per quanto mi riguarda. Attraverso i miei giri in Italia ho conosciuto, oltre che un fermento incredibile di realtà creative, una umanità parallela che mi ha destato nuova fiducia. L’Italia non è quella che ci raccontano, né quella che ci raccontiamo. Basta convincersene.

7. Quali sono i progetti futuri legati a Solchi Sperimentali e non?
Tantissimi progetti in essere che dovrebbero proiettarci sempre più in un cono di luce e in una dimensione professionale, anche se al momento siamo in piena fase di progettazione ed è giusto mantenere il riserbo. Sto scrivendo un libro diverso da tutti i miei precedenti, un libro di sociologia della musica che si intitolerà “La Scomparsa della Musica” e che vedrà gli interventi anche di Renzo Cresti, Giancarlo Cardini, Stefano Sissa, Enrica Perucchietti e Pino Bertelli. Mi sto divertendo a scriverlo e credo potrà suscitare qualche dibattito anche acceso nell’ambiente.

8. Attualmente stai facendo molte presentazioni dell'ultimo libro di Solchi Sperimentali in tutta Italia. Quali sono le date più vicine?
Il 6 Ottobre tornerò a Genova  assieme alla Camerata Mediolanense e ai R.U.G.H.E di Fabio Zuffanti. A fine Ottobre tre date condivise con Juri Camisasca ad Arco (Tn), Treviso e Sieci (Fi).

9. Sei diventato, da poco, direttore artistico del locale Dietro Le Quinte alle Sieci, in provincia di Firenze. Ci puoi dare qualche anticipazione della stagione concertistica?
Questa è la nostra prima collaborazione  a vasto raggio, non per singole serate e questa opportunità ci ha dato la possibilità di operare col massimo di trasversalità. Dalla free improvisation di Eugene Chadbourne alla musica celtica di Vincenzo Zitello, dal mondo spirituale di Juri Camisasca, alle atmosfere gotiche e apocalittiche di Atarxia, Lyke Wake, Globoscuro. Dall’elettronica di Becuzzi alle “canzoni devianti” di Tavernelli, Sara Rados e Tenedle, senza dimenticare la serata con Aborym e Valerio  Orlandini al Circus Club di Scandicci (FI). E a sigillare tutto un festival con dieci artisti sul palco, ad Aprile. Sono molto ansioso di iniziare questa avventura, il 19 Settembre. E penso che ci saranno anche sorprese in corso d’opera…

10. Finisci questa intervista come vuoi.
Avanti con serenità, consapevolezza e convinzione. Il futuro è nostro.

Lorenzo Squilloni